Nel centenario della nomina del primo Presidente dell’Ordine dei Medici del Cantone Ticino, il Dott. Med. Franco Denti, attuale Presidente, traccia un bilancio della storia dell’istituzione, del suo rapporto con il territorio e delle sfide che attendono la sanità cantonale.
Quest’anno l’Ordine dei Medici del Cantone Ticino celebra i cento anni dalla nomina del suo primo presidente.
Quale significato assume oggi questo traguardo e quale eredità ritiene che quell’intuizione abbia lasciato alla professione medica ticinese?
«Cento anni non sono soltanto una ricorrenza. Sono cento anni di fiducia tra i medici ticinesi e la nostra popolazione. Cento anni rappresentano un patrimonio di valori e di responsabilità.
Nel 1926 si comprese che la professione medica aveva bisogno di un’istituzione indipendente e autorevole, capace di coniugare autonomia professionale, deontologia e servizio alla collettività. Da allora la medicina è profondamente cambiata ma resta immutata
la necessità di un Ordine che sia al servizio dei propri membri e sappia rappresentare la professione con competenza e credibilità.
L’eredità più preziosa che abbiamo ricevuto è un’istituzione capace di evolvere senza perdere i propri principi: qualità professionale,
indipendenza del medico, rispetto dell’essere umano e fiducia nel rapporto con il cittadino-paziente».
Nel corso di un secolo il ruolo dell’Ordine è profondamente cambiato.
Quali sono oggi le sue principali missioni e quale contributo offre, oltre alla tutela della professione, alla qualità del sistema sanitario e alla fiducia tra medico e paziente?
«Oggi il nostro ruolo va ben oltre la rappresentanza della categoria. Continuiamo a tutelare la professione e a vigilare sul rispetto della deontologia, ma siamo anche protagonisti dello sviluppo qualitativo del sistema sanitario.
Investiamo nella formazione continua, promuoviamo strumenti innovativi come il CIRS, che permette di imparare dagli eventi critici attraverso segnalazioni anonime, e collaboriamo con il DSS, l’EOC e l’USI sui grandi temi della politica sanitaria cantonale.
Tutto questo ha un unico obiettivo: garantire cure sempre migliori. La tecnologia evolve rapidamente, ma la fiducia del paziente continua a fondarsi sulla competenza, sulla responsabilità e sull’umanità del medico».
Se dovesse individuare alcuni momenti che hanno segnato la storia dell’Ordine, quali ricorderebbe come le tappe più significative di questo lungo percorso?
«Se dovessi scegliere quattro immagini di questi cento anni, sceglierei la medicina di famiglia, la pandemia, la formazione e l’innovazione. Ogni epoca ha avuto le proprie sfide, ma alcune hanno segnato una svolta. Penso alla progressiva affermazione della formazione continua come dovere professionale permanente e alla difesa della medicina di famiglia durante il dibattito sul Managed Care, quando abbiamo ribadito che il rapporto medico-paziente non può essere subordinato esclusivamente a logiche economiche
dettate dalle casse malati.
Nei rapporti con la FMH, l’OMCT ha difeso con fermezza il principio secondo cui l’evoluzione delle strutture sanitarie non può compromettere l’indipendenza professionale del medico. L’autonomia clinica deve poggiare su garanzie concrete di governance e non su semplici dichiarazioni di principio. La pandemia di COVID-19 ha rappresentato probabilmente la prova più difficile della
nostra storia recente: l’Ordine è diventato un punto di riferimento per i medici e per le autorità, contribuendo anche all’organizzazione dei Check-point OMCT, che hanno evitato il collasso degli ospedali.
Negli ultimi anni sono stati importanti anche il passaggio dal TARMED al TARDOC e gli investimenti nella formazione delle nuove generazioni, attraverso il programma, sostenuto dal Cantone, volto a favorire la formazione del medico assistente negli studi medici, nonché l’apertura dell’Istituto di medicina di famiglia dell’USI, da noi promosso e sviluppato in collaborazione con l’EOC».
Lei guida l’Ordine da vent’anni. Con quale idea ha assunto questo incarico e quale impronta personale ha cercato di dare alla sua presidenza?
«Quando ho assunto questo incarico mi sono posto un obiettivo semplice: fare dell’Ordine la casa comune di tutti i medici ticinesi. Ho sempre creduto nel dialogo con le istituzioni, ma anche nell’indipendenza dell’Ordine. Collaborare non significa rinunciare a
difendere con fermezza ciò che riteniamo giusto per la professione e per i pazienti. In questi vent’anni abbiamo rafforzato la formazione continua, sviluppato nuovi servizi, investito nella qualità delle cure, accompagnato la digitalizzazione e consolidato il ruolo dell’Ordine quale interlocutore autorevole della politica sanitaria, sia a livello cantonale sia federale. Una particolare attenzione è stata rivolta ai giovani medici, nella convinzione che il futuro della medicina si costruisca investendo nella formazione e nella
ricerca universitaria».
La sanità sta vivendo trasformazioni profonde: dall’invecchiamento della popolazione alla carenza di medici, fino all’innovazione
tecnologica e all’intelligenza artificiale. Quali ritiene siano oggi le sfide più urgenti che attendono l’Ordine nei prossimi anni?
«La sfida non è il futuro della medicina. La vera sfida è garantire che ogni cittadino continui ad avere un medico di cui fidarsi. La priorità è assicurare ai cittadini un accesso tempestivo a cure di qualità. Per riuscirci dobbiamo affrontare la carenza di medici,
soprattutto di medici di famiglia. La Svizzera deve investire maggiormente nella formazione dei propri giovani e creare condizioni di lavoro attrattive.
Il programma “Medico assistente nello studio medico” e lo sviluppo dell’Istituto di medicina di famiglia dell’USI rappresentano investimenti strategici in questa direzione. Dovremo inoltre rispondere all’invecchiamento della popolazione e alla crescente multimorbidità, garantire la sostenibilità del sistema sanitario e cogliere le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale..
Sarà uno strumento prezioso di supporto alle decisioni cliniche, ma non sostituirà mai il giudizio del medico, la responsabilità professionale, l’empatia e la relazione umana».
Guardando al futuro, quale vorrebbe fosse il giudizio sul suo mandato e quale messaggio desidera trasmettere ai giovani
medici che si affacciano oggi alla professione?
«Non spetta a me dare un giudizio sul mio operato: saranno i colleghi e le istituzioni a farlo. Mi auguro però che questi vent’anni siano ricordati come un periodo nel quale l’Ordine ha saputo crescere insieme alla medicina, promuovendo la qualità delle
cure, sostenendo la medicina di famiglia e consolidando il proprio ruolo quale interlocutore competente, indipendente e credibile della politica sanitaria ticinese e federale.
È un percorso che continua e che dovrà proseguire guardando alle nuove generazioni di medici. Le tecnologie cambieranno il nostro lavoro, ma non cambieranno mai il valore della relazione medico-paziente.
È questo tipo di relazione che dà senso alla professione medica e che continuerà a distinguerla dalle altre, anche nel futuro».

