Avvertimento dal Dss a due professioniste del Luganese, una condannata anche per diffamazione, per negligenza nell’ambito di un divorzio litigioso
Avvertimento del Dss a due professioniste, una condannata anche per diffamazione, nell’ambito di un divorzio litigioso. L’Ordine dei medici richiama la categoria a maggiore prudenza.
Negligenza, leggerezza, contrasto con la buona diligenza, incompatibilità con l’esercizio coscienzioso della professione. Questi sono solo alcuni dei giudizi ricorrenti nelle sanzioni formulate dal Dipartimento della sanità e della socialità (Dss) all’indirizzo di due donne, una psichiatra e una psicoterapeuta attive nel Luganese, raggiunte da un formale avvertimento per aver mal gestito il medesimo caso: un divorzio litigioso del quale abbiamo già riferito su queste colonne e che ha tra i protagonisti anche un noto avvocato divorzista sempre del Luganese, che nel frattempo ha impugnato la condanna di primo grado che lo riguarda.
Il precedente che tocca un noto divorzista
Il contesto originario della vicenda è privato e di carattere civile. Una coppia, entrambi cittadini italiani tra i 40 e i 50 anni residenti ai tempi nel Luganese, entra in crisi, come tante altre. Le tensioni crescono finché nel 2020 la donna cambia il cilindro della porta d’entrata dell’abitazione coniugale, impedendo al marito di accedervi. Uomo che, sprovvisto di nuove chiavi, vivrà per i successivi sei mesi in una piccola abitazione per ospiti allestita in giardino, sprovvista di abitabilità. Quattro anni dopo, la moglie è stata condannata alla Pretura penale dalla giudice Elettra Orsetta Bernasconi Matti per il reato di coazione e il suo noto legale per complicità in coazione – in quanto sarebbe stato a conoscenza delle intenzioni della donna e non avrebbe fatto nulla per impedirglielo –, entrambi a una pena pecuniaria sospesa. Entrambi hanno fatto ricorso alla sentenza di primo grado e si è in attesa ora del processo alla Corte di appello e revisione penale. Il legale, seguito in primo grado dall’avvocato Elio Brunetti, non rappresenta più la donna.
Propone rinuncia a diritti di visita...
La turbolenta separazione porta con sé un altro filone, per fatti avvenuti tra il 2020 e il 2023. Nel dicembre del 2020, poco dopo il fattaccio della serratura domestica, la moglie si è infatti recata assieme alla figlia della coppia – all’epoca una bambina di 11 anni – da una psichiatra. Conseguenza della visita, è stato un rapporto redatto dalla dottoressa che sostanzialmente proponeva la presa a carico psicoterapeutica della minore, la rinuncia a diritti di visita coercitivi e la valutazione di un successivo ascolto della ragazza, tramite ente specializzato nella mediazione familiare. È del 2024 la segnalazione del marito alla Commissione di vigilanza sanitaria (Cvs): contestati sono il mancato consulto del padre, in quanto genitore con autorità parentale congiunta, e poi in particolare il secondo punto concluso da parte della psichiatra. Ovvero, la rinuncia ai diritti di visita. Una proposta basata su un disagio manifestato dalla bambina, confluita in un certificato presentato dalla madre in Pretura.
... ma ‘si è ingerita in dinamiche famigliari, non ha mantenuto l’imparzialità’
La Cvs rimprovera in primis alla psichiatra di “aver sentito la figlia alla sola presenza della madre e all’insaputa del papà”. Pur essendo suo compito “occuparsi anche degli aspetti psicologici, emotivi e comportamentali dei suoi pazienti, nel caso in esame la denunciata ha chiaramente oltrepassato i limiti del suo mandato terapeutico”. Questo perché, essendo a conoscenza della situazione di conflittualità, “si è indebitamente ingerita in dinamiche famigliari rispetto alle quali non ha mantenuto l’imparzialità e l’equidistanza”, un comportamento “incompatibile con l’esercizio coscienzioso della professione”. In base al principio della proporzionalità, alla professionista è stata comminata tuttavia la sanzione più leggera tra quelle previste dall’autorità disciplinare: un avvertimento.
Violenza domestica? ‘Alcuna competenza per valutare né alcun mezzo per verificare’
Sorte simile, ma con annesso carico penale, è toccata alla psicoterapeuta. Ci spostiamo nel 2023 e a essersi rivolta alla specialista è stata stavolta la sola moglie, “per uno stato di stress post-traumatico – si legge sul certificato medico – insorto a causa di severe situazioni di stress e di violenza domestica”. Dichiarazioni false secondo il marito, che ha sporto denuncia. Ne è seguito un decreto d’accusa firmato dal procuratore pubblico Simone Barca che nel 2024 ha condannato la donna a una pena pecuniaria sospesa condizionalmente per due anni per il reato di diffamazione. A questo giudizio si è unito quest’anno quello della Cvs, che ha sanzionato la psicoterapeuta con un avvertimento, esattamente come con la psichiatra. “Il certificato – rimprovera la Commissione – non riporta alcuna constatazione di ordine medico e si fonda esclusivamente sull’esistenza presunta di una situazione familiare che il medico non aveva né la competenza per valutare, né alcun mezzo per verificare”. Pur non essendo stata ritenuta colpevole di compiacenza, la Cvs ha ritenuto che il certificato sia stato frutto “di una redazione non sufficientemente cauta e priva della necessaria prudenza formale e sostanziale”.
Dall’Ordine un richiamo alla prudenza
E proprio il tema della prudenza, a seguito del caso che ha toccato in particolare la psichiatra – affiliata all’Ordine dei medici del Canton Ticino (Omct) –, ha portato proprio l’Omct ad avviare una riflessione interna, con un recente editoriale sul periodico ‘Tribuna Medica’. «Quando un minore manifesta malessere nei confronti di un genitore – osserva il dottor Franco Denti, presidente dell’Omct –, un pediatra o uno psichiatra può trovarsi in una situazione delicata e magari non avere per motivi di tempo la possibilità di approfondire, pur agendo generalmente in buona fede». Un medico per suo dovere non può però neanche esimersi dall’agire di fronte a un paziente che manifesta malessere. «È chiaro che si deve fare l’interesse del paziente, del minore, ma richiamiamo alla prudenza, quindi per esempio all’utilizzo del condizionale o alla precisazione che determinate informazioni arrivano da un genitore soprattutto se viene chiesto di produrre dei certificati medici, attenendosi sempre all’imparzialità che una situazione famigliare complicata impone».